Io sono un montanaro. Ho lasciato molto tardi il mio piccolissimo villaggio sui fianchi del Giurgiura, in Algeria. A Torino, anche se ci sto bene in genere, mi sento un po’ come un alieno. Mi muovo in modo goffo e insicuro. La folla mi spaventa e faccio fatica a farmi strada sui marciapiedi affollati. Poi succedono troppe cose e a velocità troppo alta per le mie capacità di percezione. Per leggere la città e i suoi fenomeni ho bisogno di aiuto. È per questo che vado spesso a trovare il mio amico sotto la tettoia del mercato dei contadini a Porta Palazzo.

I contadini piemontesi lo conoscono come Giovannin, mentre è Nino per i meridionali, i marocchini lo chiamano Yahia e i romeni Ion. Lui, è un animale decisamente urbano il Giovannin. Ha in sé lo spirito stesso delle metropoli: quello di saper navigare tra le diversità senza scomporsi, di non spaventarsi di fronte alla molteplicità di lingue, codici e convenzioni e soprattutto di fare buoni affari con tutti.

Spiazzato dall’incredibile trasmissione di Rai tre, Anno Zero, in cui la comunità marocchina della nostra città fu presentata come un branco di spacciatori picchiatori di donne e di djihadisti islamici pronti a colpire ad ogni momento, è ovviamente da lui che sono accorso per cercare qualche spiegazione.

Giovannin, che salta da una bancarella all’altra, da un gruppo all’altro a Porta Palazzo, le sa tutte. Dice che Turidu, il vecchio pescivendolo siciliano è molto arrabbiato . “Gli uomini a Torino, una volta,” sostiene il vecchio mercante, “eravamo noi ‘terroni’ come ci chiamano. Oggi ce n’è solo per i marocchini! Come se noi non siamo più capaci di tenere le nostre donne come si deve!” Ma a pensarla così, non è solo Turidu. Anche Dumitru, il gigante Moldavo. “che venga qua sto ‘pula mea’ di Santoro e li faccio vedere io se non siamo capaci anche noi di dare botte!”.

“Ma tu, Giovannin, Cosa ne pensi?” ripresi io, dopo un po’.

– “Sai?”, rispose ridacchiando, “come si dice nell’Alto Atlante: è sempre il piede dell’orfanello che buca la coperta di lana.”

“E questo cosa vuol dire?” chiesi un po’ sorpreso.

“Vuol dire che c’è del marcio nei palazzi buoni. E quando c’è marcio, in genere, ne emana una puzza molto forte che non si può nascondere. Allora che si fa? È più facile puntare il dito verso le capanne dei poveri, mal messe e magari anche un po’ sporche e dire che l’odore proviene da quelle parti.” Poi si disinteressò di me e si mise a scambiare battute con il mercante di formaggi.

Capì per esperienza che per lui la discussione era finita, e che io invece avrei passato un’altra notte a girare e rigirare queste sue parole.

Pubblicato da Internazionale