05/09/2005 – Un referendum per chiudere i conti con la guerra civile
Colpo di spugna. Nelle ultime settimane, prima ancora dell’apertura ufficiale della campagna referendaria, il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika aveva cominciato a percorrere il Paese da nord a sud e da est a ovest: Algeri, Skikda, Setif e ora anche Bechar nell’estremo Sud. Si tratta di convincere il popolo ad andare in massa a votare “sì” nel referendum per la “Riconciliazione Nazionale”. L’obiettivo espresso è quello di riappacificare finalmente l’Algeria e chiudere definitivamente il sipario su più di un decennio di orrori.
Cambiare idea. La mezza ritirata del presidente è dovuta, secondo tanti osservatori, alla levata di scudi impressionante che l’annuncio del referendum ha creato in Algeria. Bisogna riconoscere che, almeno nella campagna di opposizione contro di esso, il progetto del referendum ha raggiunto uno dei suoi obbiettivi: conciliare l’inconciliabile. In effetti, vasti reparti delle forze dell’ordine e le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, le famiglie delle vittime del terrorismo e le varie organizzazioni delle famiglie degli scomparsi (quelli rapiti dai servizi segreti e dall’integralismo armato) hanno gridato in coro un “no” forte e deciso. “No all’impunità!” Dicono tutti. “No alla politica dell’oblio.”
Tutti gli uomini del Presidente. Il messaggio è chiaro: per ottenere in momenti storicamente difficili il sostegno totale dell’esercito, Bouteflika ha bisogno di tranquillizzare quelli che hanno le mani macchiate di sangue sul fatto che non avranno mai a che fare né con la giustizia algerina né con quella internazionale.
Una lunga storia. Quando viene eletto, il 15 aprile 1999, il nuovo presidente algerino è percepito da tutti come l’uomo del “cambiamento nella continuità”. Egli era nello stesso abbastanza nuovo per significare un cambiamento di rotta significativo e abbastanza uomo del sistema per non metterlo in pericolo. L’uomo arriva come candidato dell’Esercito. Non lo nega, ma afferma in televisione che è deciso a non essere una marionetta tra le mani dei militari, e tiene parola. Ha tante ambizioni, il Boutef. È un’eccellente funambolo. Sa camminare sul sottile filo che separa i clan al potere e si avvicina sempre di più dal potere assoluto. Ma una bella fetta di questo potere rimane ancora tra le mani dei generali. Il generale Medien alias Toufik è sempre alla testa della DRS, i servizi segreti, altri tengono posti chiave nel ministero della diffesa, nello Stato Maggiore e nell’Esercito Nazionale… E chi tiene queste istituzioni tiene l’Algeria. È stato così dall’indipendenza. Per tenere e poter rafforzare i suoi poteri “Boutef” sa di poter contare su tre pilastri: l’ala riconciliatrice dell’Esercito e del Governo, gli islamisti moderati e soprattutto sugli Stati Uniti. Ma sono dei pilastri esigenti che richiedono sempre più concessioni a loro favore. Allora, nei momenti di stretta, il presidente non ha scelta che concedere… sempre di più. Ha concesso una prima amnistia e oggi è sul punto di organizzarne un’altra. Aveva promesso tante riforme moderniste (riforma della scuola, abrogazione del codice della famiglia, ritorno al fine settimana internazionale del sabato e domenica…) ma ha rinnegato tutto sotto la spinta delle aree più conservatrici del potere… Ma la concessione più pesante è quella che ha fatto alle multinazionali americane. Con l’adozione della nuova legge sulla gestione energetica (una legge scritta non da un legislatore algerino ma da un noto studio Newyorkese), l’Algeria diventa così, prima ancora dell’Iraq, l’anello debole dell’OPEP, essendo il primo paese tra i maggiori produttori mondiali di petrolio a cedere più del 50% delle sue risorse al privato. “La nuova legge sugli idrocarburi ci è stata imposta” ha confessato il presidente della repubblica. Ironia della sorte lo dice proprio il 24 febbraio 2005, cioè nel 34° anniversario del discorso storico del presidente Houari Boumedienne che, il 24 febbraio 1971, annunciava, battendo col pugno sul tavolo, la nazionalizzazione delle risorse energetiche e minerarie del paese. Abdelaziz Bouteflika ha trionfato, è più forte che mai. Ma ha anche tanti creditori, che ora cominciano a presentare la fattura. Ma, purtroppo, a pagarla questa fattura salata sarà il popolo algerino. Anzi, a sentire il signor Hocine Malti, ex vicepresidente della Sonatrach (la compagnia petroliera algerina) nei gloriosi anni della nazionalizzazione, ma anche esperto internazionale di politiche energetiche,“(…)se l’OPEP dovesse lanciarsi sulla via tracciata da questa legge, cederà alle grandi compagnie petrolifere mondiali il controllo della produzione dopo averle ceduto quello dei prezzi. Allora, quel giorno, sarà il mondo intero ad essere perdente”.
