Il peso di una lacrima
Il 14 aprile 2026 Robert Deleanu, consigliere comunale di Massa, sta registrando un messaggio per invitare i cittadini alla fiaccolata organizzata in memoria di Giacomo Bongiorni. Durante la registrazione, però, si interrompe all’improvviso: la voce si incrina, e scoppia in lacrime. Dopo qualche istante riesce a riprendersi. Alla domanda dell’intervistatore – «Che cos’è che la fa soffrire?» – Deleanu risponde con una sola parola: «La diffidenza». Si riferisce alla diffidenza verso la comunità romena.
Deleanu è italo-romeno, giunto in Italia negli anni in cui la cosiddetta «romenofobia» raggiungeva il suo apice. Ricorda l’ostilità, i pregiudizi, il senso di vergogna che molti immigrati romeni provarono in quel periodo. Forse ricorda meno distintamente l’origine politica e mediatica di quel clima. Oggi, infatti, siede proprio in quell’area politica che, secondo molti osservatori, contribuì in modo determinante ad alimentare e amplificare quella diffidenza.
Il fatto scatenante
A metà aprile 2026 l’Italia viene scossa dalla morte di Giacomo Bongiorni, 47 anni, deceduto a Massa nella notte tra l’11 e il 12 aprile in seguito a una violenta aggressione. Secondo le ricostruzioni della stampa, Bongiorni – padre di famiglia – viene pestato brutalmente in piazza Palma, nel centro cittadino, sotto gli occhi della compagna e del figlio undicenne. Nella stessa aggressione resta gravemente ferita anche un’altra persona.
Il gruppo responsabile dell’attacco sarebbe stato composto da una decina di giovani. Tra gli indagati figurano due maggiorenni: Ionut Alexandru Miron, 23 anni, ed Eduard Alin Carutașu, 19 anni. Gli altri componenti, tra cui un pugile professionista, non vengono identificati pubblicamente per via delle norme sulla tutela dei minori e della deontologia giornalistica. Pur in assenza di informazioni complete, dalle notizie disponibili emerge che una parte significativa del gruppo era costituita da cittadini romeni o di origine romena.
Poiché i fatti si sono svolti nel pieno centro cittadino, in una zona coperta da numerose telecamere e davanti a diversi testimoni, l’identificazione e l’arresto dei presunti responsabili avvengono molto rapidamente. L’emozione a Massa è profonda. Alla fiaccolata in memoria di Giacomo Bongiorni partecipano migliaia di persone, tra cui molti membri della comunità romena locale.
Chi è Robert Deleanu e di cosa ha paura
Robert Deleanu è un imprenditore nato a Costanza, in Romania, il 28 settembre 1973, e oggi residente a Marina di Massa. Arrivato in Italia all’inizio degli anni Duemila, è stato eletto consigliere comunale il 14 maggio 2023 nella lista del sindaco di centro-destra Francesco Persiani. Con 136 preferenze non era entrato subito in consiglio, ma è subentrato in surroga alla consigliera Monica Bertoneri, nominata assessora. Deleanu è anche rappresentante locale dell’associazione «Comunità Rumena Daciada».
Secondo i dati Istat, sui 188.474 residenti in provincia di Massa-Carrara si contano circa 16.300 cittadini di origine straniera, dei quali i romeni rappresentano circa il 30%. Una comunità numerosa e laboriosa, che conta circa 343 titolari di imprese, importante per l’equilibrio demografico ed economico della provincia.
Ma se oggi i cittadini di origine romena vivono con una certa serenità, la loro presenza in Italia non è sempre stata percepita allo stesso modo. Deleanu lo sa bene. Ed è proprio il ricordo della vecchia «romenofobia» dei primi anni Duemila a generare l’emozione e le lacrime del consigliere.

Anatomia di una fobia: la costruzione del «pericolo romeno»
Nel 1990 i romeni in Italia erano circa 8.000; alla fine del decennio erano già 50.000. L’arrivo, iniziato con minoranze etniche di origine tedesca, ungherese e rom, si intensificò dopo la caduta di Ceaușescu. Nel 2001, in vista dell’ingresso della Romania nell’Unione Europea, l’obbligo di visto fu abolito, e i permessi di soggiorno rilasciati in quell’anno superarono le 69.000 unità. La sanatoria del 2002 (legge Bossi-Fini) fece aumentare ulteriormente i numeri: nel 2004 i soggiornanti salirono a quasi 178.000, con un incremento dell’87% rispetto all’anno precedente.
Nel 2007 l’ingresso della Romania nell’UE innescò una crescita vertiginosa, fino al picco di oltre 1.200.000 residenti registrato nel 2019 (Istat), pari al 23% della popolazione straniera totale in Italia. Negli anni successivi il numero è sceso, a causa di ritorni in patria e nuove migrazioni verso altre destinazioni, stabilizzandosi comunque intorno al milione. (comuni-italiani.it)
Per tutti gli anni Novanta, le comunità immigrate più numerose erano state quella marocchina e quella albanese, seguite da cinesi, senegalesi e peruviani. (Cinformi). Fino al 2000 la popolazione di origine romena era esigua e pressoché invisibile, composta in gran parte da donne impiegate come collaboratrici domestiche, assistenti familiari e baby-sitter.
È evidente che un fenomeno di tale portata – l’arrivo di centinaia di migliaia di persone, diverse per aspetto, lingua e abitudini – non passò inosservato. Chi fino a pochi anni prima aveva alimentato la paura del meridionale, poi dell’albanese e del marocchino, cominciò a interessarsi a questa nuova «orda». È probabile che in quel momento, negli staff di comunicazione dei partiti della coalizione di centro-destra guidata da Forza Italia – con Silvio Berlusconi all’apice della sua parabola politica – qualcuno abbia intuito che la paura del romeno, con la prospettiva imminente dell’allargamento a est dell’Unione Europea, poteva diventare un eccellente strumento per una campagna elettorale di stampo populista: povera di contenuti su lavoro, scuola, casa e sanità, ma ricca di promesse di ordine e sicurezza. E, come sempre accade quando si intende criminalizzare un popolo composto in prevalenza da persone povere e precarie, la materia prima non mancava.

Il primo fatto scatenante della fobia antiromena di quegli anni fu fornito, il 28 aprile 2007, da Doina Matei, una giovane romena che nella stazione Termini di Roma colpì la coetanea Vanessa Russo con la punta di un ombrello durante un diverbio. Colpita all’occhio, Vanessa Russo morì il giorno dopo in ospedale. Doina era il capro espiatorio perfetto: romena, giovane, donna e, secondo quanto emerse, prostituta.
I media impazzirono. In prima fila quelli di proprietà di Berlusconi, ma tutti seguirono a ruota. Notizie di crimini commessi da romeni rimbalzarono da ogni parte: furti, aggressioni, truffe. Verso la fine del 2007 l’agenda setting della stampa italiana era fortemente orientata sul tema «romeno = pericolo».
L’agenda setting e l’effetto cascata
Con «agenda setting» si intende l’influenza che i mezzi di comunicazione esercitano sull’importanza che il pubblico attribuisce ai diversi temi. I media non dicono necessariamente alle persone cosa pensare, ma contribuiscono a determinare a cosa pensare, attraverso la quantità e l’enfasi della copertura. Un argomento molto trattato tende così a essere percepito come più rilevante dall’opinione pubblica. E se è difficile controllare le opinioni su ogni argomento, poter imporre di cosa si parla è già uno straordinario strumento di potere.
Nel suo saggio Media e potere (2014), Noam Chomsky identifica dieci strategie mediali ed educative usate per manipolare l’opinione pubblica nelle società liberali. La prima è la «strategia della distrazione»: deviare l’attenzione dai problemi reali con un diluvio di informazioni insignificanti e intrattenimento. Mettere l’accento sui crimini commessi dai poveri, i crimini che creano «allarme sociale» secondo una certa stampa (quando in realtà è proprio la copertura mediatica a generare l’allarme), serve molto spesso a ridimensionare l’importanza della corruzione ad alto livello e dei grandi crimini economici.
In quel periodo, per esempio, erano ancora in corso i processi per il caso Parmalat: l’imprenditore Calisto Tanzi aveva fatto sparire 14,5 miliardi di euro, travolgendo circa 80.000 risparmiatori. Grazie all’agenda setting dei grandi media italiani, il crac Parmalat creò – tranne che tra le vittime dirette – molto meno allarme sociale di una ragazza romena che, in una colluttazione scoppiata per futili motivi in metropolitana, aveva alzato un ombrello e, senza volerlo, ucciso la sua avversaria.
Ai primi di novembre del 2007, sempre a Roma, venne arrestato Romulus Nicolae Mailat, un muratore romeno di 24 anni, per lo stupro e l’omicidio di Giovanna Reggiani, aggredita la sera del 30 ottobre nei pressi della stazione di Tor di Quinto. Una tragedia autentica, che per la campagna di demonizzazione dei romeni rappresentò una vera manna. Mailat era romeno, ed era anche rom. Aveva un passato di povertà, marginalità e piccola criminalità: il colpevole perfetto.

Questo nuovo fatto innescò l’«effetto cascata». Il «problema della violenza dei romeni» passò da dominante a egemone. La stampa, in particolare quella di destra ma non solo, si scatenò, arrivando a disseppellire vecchi temi cari al razzismo «scientifico» del Novecento: le cause etniche e genetiche della criminalità. La coalizione di centro-destra annunciò forti provvedimenti per limitare l’arrivo di romeni e «rimandare i criminali a casa loro», mentre anche il centro-sinistra finì per seguirla sulla stessa strada. Il 15 aprile 2008 la coalizione guidata da Silvio Berlusconi ottenne una netta vittoria elettorale, con circa il 47% dei voti e un’ampia maggioranza parlamentare.
Negli anni successivi i «romeni violenti» scomparvero gradualmente dalle prime pagine, e poi anche dalle pagine interne. Oggi pochi, anche tra i romeni, ricordano quell’anno in cui il romeno criminale dominava il discorso pubblico. Il consigliere Robert Deleanu, scoppiando in lacrime, ha dimostrato di appartenere a quella minoranza che non ha del tutto dimenticato.

La percezione oltre i dati
L’effetto della cascata informativa sulla percezione dell’opinione pubblica è stato ben documentato dall’Osservatorio Europeo per la Sicurezza in uno dei suoi rapporti annuali. Nella ricerca dedicata al 2007 si osserva con chiarezza come la valanga di notizie sull’insicurezza e la microcriminalità abbia modificato la percezione degli italiani, senza che vi fosse stata alcuna variazione significativa nel numero effettivo di reati.
Un grafico particolarmente eloquente è la figura 2.1 del rapporto, intitolata «Trend complessivo gennaio 2005 – dicembre 2009: Notizie, reati, percezione». La linea azzurra, che rappresenta il numero di reati, tra il primo semestre 2005 e lo stesso periodo del 2009 resta pressoché piatta, con una leggera impennata nel primo semestre 2007, seguita da una discesa contenuta. Nessuna variazione di rilievo. La linea rossa, che indica il numero di notizie su reati e insicurezza, mostra invece una salita vertiginosa proprio a partire dal primo semestre 2007, raggiungendo livelli mai visti prima. Mentre le strade italiane mantenevano più o meno lo stesso livello di sicurezza, sui mezzi d’informazione il paese sembrava in stato di guerra. L’agenda setting funzionava a pieno regime: persino chi prendeva la parola per sostenere che i romeni non erano tutti criminali, e che non c’era alcun aumento reale della criminalità, finiva comunque per parlare di insicurezza e microcriminalità, associandole all’immigrato-capro espiatorio del momento.
La linea gialla, che misura il sentimento di insicurezza, sale seguendo la curva delle notizie, ma senza raggiungerne il livello né l’impennata. Un effetto ci fu, e si sarebbe visto nelle urne, ma restò comunque contenuto. La ragione di questa moderazione si comprende leggendo il resto del rapporto: i media italiani, in particolare quelli privati, sono tra i maggiori produttori di notizie di criminalità di tutta l’Europa occidentale. Mentre i telegiornali della sera di France Télévisions, BBC e ARD riservano poco o nessuno spazio alla cronaca nera, privilegiando politica, esteri e cultura, i notiziari italiani sono da sempre composti per quasi il 50% da reati, incidenti e processi. Sui due principali canali, pubblico e privato, interi pomeriggi sono occupati da trasmissioni che raccontano aggressioni, furti, violenze e omicidi in ogni angolo del paese. L’aumento della paura, notevole ma non clamoroso nonostante l’uso massiccio dello spauracchio mediatico, è probabilmente dovuto a una certa assuefazione, ma anche a una residua resistenza del pubblico italiano all’uso della cronaca nera come arma di distrazione di massa.
Le lacrime di Robert
Nel video, Deleanu siede di fronte alla telecamera:
– «Partecipare alla fiaccolata di stasera è un dovere. Vogliamo essere vicini alla famiglia di Giacomo. Vogliamo far vedere alla città i nostri volti…» – qui scoppia in lacrime.
– «Cos’è che la fa soffrire, Roberto, in questo momento?»
– «La diffidenza. Scusi, la diffidenza c’era già.»
– «Lei teme che ci sia adesso maggiore diffidenza per quello che è accaduto?»
– «La diffidenza era quasi sparita. Io ho conosciuto la diffidenza quando sono arrivato in Italia e l’ho vista svanire piano piano. L’ho vista proprio svanire, la diffidenza, negli ultimi anni. E adesso sì, c’è. C’è questa paura, c’è questa preoccupazione. Le reazioni sono state subito di incredulità. Di disperazione, diciamo, perché conosco bene la mia comunità. Sono persone che lavorano, lavorano dalla mattina alla sera, sono persone oneste. È il dolore di una comunità che ha perso un cittadino, e il dolore di una comunità integrata: proprio perché siamo così ben integrati, sentiamo ancora più forte questo dolore e questo lutto. C’è questo timore, questo rischio di fare di tutta l’erba un fascio. Noi però abbiamo la speranza che tutto il lavoro che abbiamo fatto in questi anni non venga vanificato.»
Oltre la vittima e il carnefice: la coscienza
Cosa ci dice Deleanu con queste parole? Che ha paura del ritorno della diffidenza, che la ricorda bene, che l’ha vista diminuire nel tempo, che la comunità romena è composta in maggioranza da persone oneste e laboriose, che non bisogna fare di tutta l’erba un fascio.
Le sue lacrime sono sincere. Non sembra esserci finzione: non recita un ruolo. Eppure, senza saperlo, Deleanu stava incarnando un ruolo preciso, un archetipo che abita il nostro inconscio dalla notte dei tempi: quello della vittima innocente. L’antropologo e filosofo René Girard lo ha analizzato in profondità (Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, Adelphi, 1983). È sempre facile individuare le ingiustizie di cui siamo vittime: le sentiamo sulla nostra pelle e ne soffriamo. Molto più difficile è riconoscere le ingiustizie che facciamo subire, o alle quali contribuiamo. La sofferenza degli altri, e le sue cause, sono assai meno visibili.
Nel 1968 lo psicoanalista Stephen Karpman descrisse un modello relazionale noto come «triangolo drammatico», che identifica tre ruoli psicologici ricorrenti nei conflitti: la Vittima (che si sente impotente e rifiuta la responsabilità), il Persecutore (che critica, controlla e aggredisce) e il Salvatore (che si impone come indispensabile ma ostacola l’autonomia altrui). Sono ruoli stereotipati che indossiamo a rotazione, spesso inconsapevolmente, soggetti a schemi mentali e relazionali arcaici. Ognuno di noi può essere, nel giro di pochi istanti, vittima, carnefice e salvatore.
Per uscire da questo meccanismo è necessario comprenderlo, prenderne coscienza e compiere uno sforzo – a volte enorme – per sottrarvisi. In una scena del film Gandhi (Richard Attenborough, 1982), il Mahatma brucia i documenti d’identità dei sudditi indiani dell’Impero britannico per protestare contro le discriminazioni in Sudafrica. Un poliziotto inglese lo colpisce con un bastone per fermarlo. Gandhi incassa i colpi e continua a bruciare i documenti. È un esempio spettacolare di resistenza nonviolenta, che consiste nell’opporsi all’ingiustizia senza entrare nel triangolo drammatico. La reazione istintiva sarebbe stata sottomettersi e autocommiserarsi («povero me, il poliziotto mi ha picchiato e non posso più agire»), oppure reagire con violenza, strappando il bastone al poliziotto e colpendolo a sua volta, innescando una spirale di aggressioni e soccorsi incrociati che avrebbe alimentato il conflitto all’infinito. Scegliendo di disobbedire senza violenza, Gandhi uscì dal gioco atavico del triangolo drammatico per seguire la via della coscienza e della responsabilità.
La memoria non basta
Non dimenticare il passato è un’ottima cosa. «Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla», si dice. Ma per non ripetere gli errori del passato non basta ricordare: bisogna capire cosa è veramente accaduto. In questo, il consigliere romeno di Massa ha dimostrato buona memoria e una certa sensibilità. Molti suoi connazionali hanno rimosso allegramente quegli anni, negando di essere stati, a una certa epoca – come prima gli albanesi, i nordafricani e i subsahariani – i «cattivi» del momento. «Noi siamo europei», dicono, «non abbiamo nulla a che fare con quei poveracci venuti da non si sa dove».
Lo stesso atteggiamento si riscontra tra gli immigrati meridionali nel Nord Italia, oggi spesso in prima fila nel fomentare ostilità verso gli stranieri. «Devono andare via tutti. Dobbiamo riportare Torino a com’era prima», disse una volta una signora dall’aspetto e dal cognome palesemente calabresi. Le risposi: «Allora organizziamo il ritorno a casa di tutti gli stranieri, in ordine di arrivo: prima veneti e friulani, poi meridionali, poi albanesi e marocchini, poi tutti gli altri». Lei replicò: «Ma no, noi non possiamo più tornare al Sud, ormai abbiamo costruito la nostra vita qui». «E noi, signora, cosa crede che abbiamo fatto in trenta e passa anni? La sua è una vita, la nostra no? Possiamo sbaraccare tutto e andarcene in qualsiasi momento?».
Lo stesso si osserva tra gli immigrati extraeuropei di prima generazione: persone arrivate negli anni Novanta che considerano i nuovi arrivati, anche se della stessa provenienza, come il vero problema del paese.
In questo molti poveri si alineano: la responsabilità del loro malessere non è della malagestione, della voracità dei ricchi, delle mafie, della corruzione, dell’evasione fiscale, dello smantellamento della scuola, della sanità e del welfare. No: la colpa, tutta la colpa è del povero migrante/profugo che dorme per strada.
Piangendo solo per la sua comunità, e pensando che solo la sua comunità sia fatta di brave persone che lavorano, Robert Deleanu ha mostrato buona memoria, ma anche di non aver compreso fino in fondo le lezioni della storia. Il fatto di sedere tra le fila della coalizione guidata da Forza Italia – la stessa che nel 2007 orchestrò la campagna di demonizzazione dei romeni a fini elettorali –, insieme a molti altri (si pensi al quadro leghista di origine nigeriana, alla candidata egiziana della Lega in Veneto, ai tanti stranieri che flirtano con il partito di Vannacci), mostra come costoro, consapevolmente o meno, pratichino ciò che un vecchio proverbio descrive con precisione: piangere con il pastore e mangiare con il lupo.





