Estratta dalla tesi di dottorato in Lingua e Letteratura italiana a l’università di Tunisi
Introduzione
Lo scritto che si apre con questa introduzione si propone di indagare un campo di studi ancora opaco e poco definito, un fenomeno che porta già nel suo stesso nome un lungo elenco di discussioni e critiche, che altro non fanno se non evidenziare perplessità e dubbi: le scritture migranti.
L’Italia negli ultimi decenni ha seguito, forse in ritardo rispetto ad altri paesi, una generale trasformazione del suo assetto socio-culturale portata in primo luogo dalla globalizzazione. La letteratura, come veicolo espressivo di un popolo, non può che seguire ed intrecciarsi ai cambiamenti in atto, sia essa in accordo o in disaccordo con le tendenze dominanti.
Un insieme eterogeneo di testi e scrittori è emerso dal vasto e indefinibile mare della letteratura contemporanea, un insieme di esperienze che direttamente o indirettamente si ricollegano alla migrazione, al viaggio, al senso di spaesamento e ‘displacement’, alla mancanza di punti di riferimento, allo scontro-incontro tra culture, alle difficoltà di adattamento. Tali scrittori sono accomunati da una necessità generale di affermarsi di far sentire il proprio coro all’interno del mare di voci contemporaneo.
Nel primo capitolo definirò in modo generale la letteratura migrante, proseguirò poi con degli esempi di scrittori migranti. Nel secondo capitolo presenterò uno di quegli scrittori chi è Karim Metref via il suo libro Tagliato per l’esilio. Poi mi concentrerò sul tema dell’esilio e darò un’occhiata sul suo straniamento e concluderò con un’ intervista che l’ho fatta io con l’autore stesso.
1. Definizione del fenomeno della letteratura migrante:
Si definisce “migrante” la letteratura, in lingua italiana, prodotta da scrittori stranieri immigrati. Queste opere rappresentano un universo a sé stante nel panorama letterario nazionale, principalmente in virtù di una sorta di reciprocità tra due culture diverse che trovano un punto d’incontro, un’integrazione, pur conservando la propria identità specifica. La lingua come ponte.
L’Italia , da terra di emigranti per quasi un secolo a terra di immigrazione da qualche decennio, vede ora la presenza di una grande varietà di persone provenienti da culture ed etnie diverse, che hanno scelto proprio l’Italia come luogo in cui vivere, come casa o come “rifugio”, e che hanno pensato di utilizzare la lingua italiana per esprimersi, trasformandola così in un ponte comunicativo tra loro.
In questo modo alla scrittura si associa una necessità comunicativa, che, oltre ad essere il frutto di un’esigenza interiore, tiene conto anche di contingenze esterne, come quella di vivere in un altro Paese. Per questo motivo molti scrittori stranieri si sono resi protagonisti di questa nuova letteratura, scegliendo di scrivere le loro opere nella lingua del Paese che li ha ospitati. Uno sguardo diverso sulla realtà.
2. Esempi di scrittori migranti:
A questo proposito si possono annoverare grandi esempi di scrittori migranti di fama ormai, internazionale come Tahar Ben Jelloun in Francia o Rushdie e Kureishi in Inghilterra.Perché il fenomeno emerga anche nell’Italia bisognerà attendere il 1990, anno in cui vengono pubblicati i tre libri, che segnano convenzionalmente la nascita della letteratura della migrazione in Italia: Chiamatemi Alì del marocchino Mohamed Bouchane, Immigrato del tunisino Salah Methnani e Io venditore di elefanti del senegalese Pap Khouma; segue nel 1991 La promessa di Hamadi del senegalese Saidou Moussa B.
- Karim Metref :
1. Vita e Opere
KARIM METREF è nato nel 1967 in Cabilia (Centro Nord dell’Algeria). Dopo studi di scienze dell’educazione ha lavorato come insegnante di educazione artistica per circa dieci anni in un piccolo villaggio di Montagna in Cabilia. Contemporaneamente agli studi e al lavoro si è dedicato principalmente all’attivismo per i diritti culturali dei Berberi e per l’accesso ai diritti democratici in Algeria.
Nel 1998 si trasferisce in Italia, prima in Liguria poi a Torino dove vive tuttora. Dopo varie formazioni nel settore, in Italia, Francia e Germania, ha praticato il mestiere di animatore e formatore in educazione alla pace, pedagogia interculturale e gestione nonviolenta dei conflitti. Il giornalismo e la scrittura sono strumenti che hanno sempre veicolato le sue convinzioni politiche e le nuove forme di pedagogia che ha imparato e che contribuisce a diffondere come formatore. Collabora con vari enti come formatore e operatore su progetti educativi. Nello stesso tempo scrive su varie testate cartacee (“Carta”, “Internazionale”, “Il Manifesto”, “CEM-Mondialità”, “MC”) e elettroniche (Peacereporter, Babelmed, AGORAVOX). Tra le pubblicazioni: Tagliato per l’esilio (Mangrovie, 2008); Caravan to Baghdad (foto di Bruno Neri – Mangrovie, 2007); Quando la testa ritrova il corpo (manuale di ludopedagogia scritto in colaborazione con Sigrid Loos – EGA, 2003).
La patria di Karim è però la Cabilia, regione che si estende a Est di Algeri, lungo la costa mediterranea. E con la terra cabila, la patria di Karim è la lingua, quel dialetto berbero, il tamazight, con cui ha scritto i suoi primi racconti. È stato uno dei protagonisti della “Primavera berbera” che nel 1980, e per gli anni successivi, ha caratterizzato la lotta dei cabili per il riconoscimento della lingua e della cultura, e che è stata fucina per la formazione di intellettuali democratici in Algeria.
2. Libro: Tagliato per l’esilio
Si tratta di una raccolta di racconti, brevi storie legate a situazioni reali, che con semplicità e concretezza affrontano il tema dell’esilio, dell’altrove, dell’identità, della migrazione.
L’esilio di cui parla Karim Metref è il disagio profondo che una persona prova quando non si sente nel suo ambiente, nel posto giusto, un esilio che può avvertire anche a casa sua. Non per niente l’attacco del primo racconto è “Sono nato in esilio sulla terra dei miei avi”. Sta parlando della Cabilia, la cui cultura a lungo è stata conculcata dai vari dominatori arabi e francesi, solo dal 2005 la loro lingua è insegnata nelle scuole.
In cabilo sono stati scritti i primi racconti, altri invece direttamente in italiano, con un movimento tra le lingue normale in chi ne padroneggia più d’una.
È infatti un libro questo che da una parte ci fa risentire il profumo dei testi di Mamoud Feraoun, ci riporta in quelle tradizioni e in quell’ambiente, tra pecore e vigne, in mezzo a uomini avvolti nel burnus tessuto dalle loro madri, dall’altra si muove in terra italiana, nelle strade di Genova antica, nel monolocale di Milano, accomunato ad immigrati dei tipi più diversi, dove l’eco della campagna lontana diventa un bonsai di plastica.
3. Il tema dell’esilio:
Lo scrittore e giornalista algerino, in questa raccolta di piccoli racconti, alcuni dei quali vissuti in prima persona, affronta il tema dell’esilio, inteso non tanto come fuga dalla propria terra, bensì come scelta consapevole per “cambiare aria… acquisire più libertà, un’altra libertà”. Karim non è fuggito dalla sua cultura. Non se ne vergogna. Come giustamente scrive. Voleva, semplicemente “vedere altro”. Confrontarsi con la diversità del suo mondo. Una scintilla di forte curiosità innescatagli, in gran parte, dal suo bagaglio culturale. Lui ha studiato. Proviene da una famiglia dove anche il nonno, in pieno periodo colonialista, era una persona istruita. “Partire e poter assumere la mia cultura per scelta mia e non per costrizione dovuta all’azzardo di una nascita in un paesino sperduto della montagna cabila (nel centro Nord dell’Algeria)… Tale era il mio sogno”. Con Tagliato per l’esilio il tema dei migranti apre, nel lettore, uno spazio parallelo per conoscere usanze e costumi di popoli geograficamente vicini, ma lontanissimi per il loro modo di vivere e per le dinamiche e regole familiari.
Un esilio, prima di tutto, all’interno del proprio paese per chi fa parte di una minoranza, nel caso specifico quella berbera, di cui Metref si è sempre eretto a strenuo difensore , un esilio volontario che nasce dalla volontà di partire, per conoscere, capire, liberarsi da una strada predefinita, una lontananza che non esclude il legame profondo con la terra in cui è nato, ma che arricchisce la sua cultura originaria con l’apporto di altre culture e conoscenze di cui si è appropriato nel tempo. Che gli fa scegliere in piena libertà ciò che vuole essere, costringendolo però, per ciò stesso, a non avere nessun tipo di legame, a essere ‘uno tagliato per l’esilio’.
Per esilio entrambi i relatori intendono una lontananza anche figurata, un senso di non appartenenza ad una comunità e l’incapacità di mettere se stessi nel rapporto creativo con gli altri. In questi termini l’esilio può essere percepito da tutti e anche molto vicino: si può avvertire in una piccola comunità come quella di Pove, come ha ricordato Stoppiglia, in un contesto sociale o in un ambiente di lavoro praticati quotidianamente.
4. Lo straniamento o la nuova identità di Karim Metref:
“Migrare è lanciarsi a testa bassa nel buio: essere l’Estraneo, lo Straniero, l’Altro…»
Karim Metref
Nello scopo di capire la situazione in cui si è ritrovato Metref , ho riletto Tagliato per l’esilio parecchie volte per provare a capire il sentimento di straniamento dell’autore presente tutto lungo l’opera. Questo sentimento costituisce una parte integrale dell’identità di Metref rimasta sospesa tra due mondi quello d’origine e quello ospite. Infatti, leggendo l’opera di Metref uno sente lo sconvolgimento dell’abituale percezione della realtà trasmessa dal narratore per condividere la sua esperienza con un lettore interessato a scoprire un esempio di un vissuto reale.
Il sentimento di Metref non è altro che il mondo visto a coppie : cultura d ‘origine e cultura ospite, lingua araba e lingua italiana, essere un emigrante e essere considerato immigrato. Egli attraverso la sua opera vuole condividere questo sentimento che li ha costretto di adattarsi alle diversità culturale. Una sfida in cui si mette e mette in discussione i propri confini e i confini dell’altro.
La consapevolezza della complessità del mondo odierno, porta l’autore a riflettere con acume sulla propria condizione e sulle molte varianti del concetto di identità per chi ha scelto di partire: «Sono cabilo ma non sono solo cabilo. Sono un po’ di tutto quello che mi contamina quotidianamente», ma anche sul tema dell’inserimento, innanzitutto a partire dalla pratica della lingua ospite.
Conclusione
È letteratura italiana, ma scritta da autori arabi. Sono sentimenti di immigrati che sognano e si esprimono nella lingua del paese che li ha accolti. C’è l’Italia e l’Algeria, il sentimento della stabilità e quello del cambiamento, c’è, insomma, la cifra del mondo contemporaneo nei romanzi degli autori algerini che vivono in Italia e scrivono in italiano. Essi danno vita ad una cultura che, come ogni vera cultura, è fatta di contatto e confronto e non di rassicurante ma falsa omogeneità.
Intervista:
1- Che intende dire con il titolo ‘tagliato per l’esilio? Ce ne può brevemente parlare?
“Il titolo proviene da una riflessione fatta intorno al mio rapporto con l’esilio. Prima di arrivare in occidente avevo sentito molto parlare del sentimento di Ghorba. Io sono Cabilo, e la popolazione cabila è una che ha pagato uno dei tributi più alti alla migrazione. La canzone cabila della mia infanzia era permeata da questo concetto “Lghorba”, Ghorba della solitudine, Ghorba del disprezzo, ghorba dei lavori duri, ghorba della lontananza dei propri cari, ghorba delle speranze vane, ghorba che ruba gli uomini….
Poi arrivando in terra europea, non mi sono sentito male, non ho sentito quella famosa nostalgia di cui si parla. Mi sono chiesto perché. La risposta era che forse ero più esule nella mia terra che qui. Esule perché diverso, esule perché penso diversamente… E mi sono reso conto che questa è una eredita che ho preso da mio nonno: vecchio libero pensatore in un paesino molto tradizionale. Una eredità pesante. Dalla nascita quindi ero tagliato per l’esilio. ”
- Lei ha lavorato e lavora a contatto con gli immigrati e con italiani. Ci può fornire un commento “da educatore” sulla tematica dell’intellettualità in Italia oggi?
“L’interculturalità soprattutto in educazione è un concetto molto bello. Vuol dire educare alla diversità, al rispetto, al dialogo, alla gestione delle differenze senza violenza, a imparare a esplorare vari punti di vista… Non è un tipo di educazione nuovo, è una filosofia che dovrebbe impregnare ogni attività ogni obiettivo educativo, in modo particolare in questo nostro mondo globalizzato dove il problema della convivenza tra diversi è più centrale che mai.
Ma questi principi belli rimangono solo teoria, sul terreno pochissime realtà riescono, sanno metterle in applicazione. Questo non vale solo per l’Italia, vale per tutto il mondo. E i risultati li vediamo: guerre, estremismi, settarismo, odio, violenza, discriminazioni…. che crescono d’anno in anno.
Non è applicato perché l’istituzione educativa per eccellenza, la scuola, non è concepita per questo. La scuola è stata pensata per una trasmissione autoritaria e unilaterale del sapere. La gerarchia, la competitività, le lezioni frontali, la mancanza di uso del corpo, la marginalizzazione delle attività creative… tutto nella struttura tradizionale della scuola rende difficile l’applicazione della pedagogia interculturale.
In Italia c’è un ulteriore difficoltà. La parola Intercultura, spesso confusa con “multicultura”, viene utilizzata per la prima volta nei testi legislativi e programmatici della scuola nel 1990. 1990 è anche l’anno della prima legge sull’immigrazione. É quando l’Italia si rende conto di essere diventata paese di immigrazione e tenta di dotarsi di leggi per regolamentare il fenomeno. Intercultura quindi viene subito confuso con accoglienza degli studenti stranieri. Pochi insegnanti e dirigenti scolastici lo accolgono come una filosofia per preparare i ragazzi ad affrontare un mondo sempre più “meticcio”. La maggior parte lo intende come una serie di strumenti per comprendere meglio le culture d’origine dei nuovi studenti e per accoglierli meglio. Da questo amalgama si crea la tendenza detta: Intercultura del cuscus. Brevi corsi di lingua, qualche passo di danza esotica, qualche ceno sulla storia e la cultura dei paesi di provenienza degli immigrati, una cena multietnica con world music in sottofondo… ed eccoci pronti per affrontare il mondo nuovo. L’Intercultura del cuscus ha ovviamente vari vantaggi da parte sua: è di facile e veloce improvvisazione (tipo fast food), crea allegria, non richiede sforzi di cambiamenti e di programmazione e aggiornamento, e mette la coscienza a posto: noi la nostra parte l’abbiamo fatta. Adesso tocca a loro.
Questo è ovviamente ciò che succede in molte scuole ma non in tutte. Ci sono anche ottime esperienze, progetti validi, insegnanti molto ben preparati che fanno cose fantastiche. Ma il problema è proprio questo, tutto è lasciato alla bravura del singolo insegnante e, nel migliore dei casi, del dirigente scolastico locale. Quello che manca è un sistema scuola che desse all’Intercultura il suo posto giusto. ”
3-Qual è stato il suo rifugio Per attenuare il sentimento di “ghorba”?
“Io non soffro di ghorba e non credo nell’esistenza della ghorba, come dicevo prima. Almeno non nella sua accezione tradizionale. L’esilio per me non è il fatto dalla terra dove uno è nato. L’esilio è il fatto di non sentirsi nel posto giusto. Non sentirsi adeguato al luogo dove si vive. Si può essere esule nella propria terra perché sei povero, perché sei solo, perché sei diverso, o la gente ti vede come diverso, o tu vedi gli altri intorno a te come diversi. Sei nella ghorba perché pensi diversamente dagli altri, soprattutto se assumi questa diversità apertamente…
E se la vediamo così l’immigrato si trova nella ghorba perché nella sua terra era ancora più esule in qualche modo. Altrimenti perché sarebbe partito? Perché non torna? Perché pochi immigrati tornano?
Tutta la storia della nostalgia è quindi una creazione culturale. Tutti vogliono, credono che chi se ne va dalla propria terra deve piangere in continuazione e deve sempre sognare di tornare. Allora molti, essendo il conformismo molto diffuso in questo mondo, finiscono per sentire la nostalgia, o la fingono per non deludere tutti intorno a loro.
La nostalgia nell’esule obbligato con la forza o con la minaccia a lasciare la propria terra è una reazione alla frustrazione, è un non rinunciare alla propria libertà, al proprio diritto di stare vicino ai propri cari. Ma nell’esiliato economico. La nostalgia è speso il risultato di una forte delusione. Si parte con una immagine idealizzata dei paesi ricchi. Io vado in Europa, pensano i nostri giovani, per avere un buon lavoro, una bella casa, una bella macchina, una moglie bionda… Poi si arriva in terra europea e si scopre che il paradiso sognato non esiste. Si fa i conti con la condizione dell’immigrato, che è sempre difficile, ovunque, si fa i conti con i lavori duri, sporchi, pericolosi, con la difficoltà a trovare casa, con il disprezzo e la diffidenza… Allora si cade nell’eccesso contrario. Ah ya bladi….
Io sono andato via perché non mi piaceva più vivere nell’Algeria degli anni novanta. L’Algeria della violenza, della corruzione, della repressione, dell’ipocrisia religiosa, della menzogna… Ma lo so che il paradiso non esiste, da nessuna parte. Conosco le difficoltà della migrazione e le ho vissute sulla mia pelle. MA questo non mi fa cambiare idea. Non sento la mancanza di qualcosa che si chiama l’Algeria, o la mia terra, il mio paese. Sento la mancanza dei miei genitori, dei miei fratelli, amici. Sento la mancanza dei luoghi della mia infanzia, dei sapori, dei colori, degli odori. A primavera mi immagino il colore e l’odore delle ginestre sulle colline della Cabilia. A fine estate sogno di andare a cogliere i ficchi freschi dal frutteto di mio nonno.
Sento il desiderio di rivivere luoghi, momenti, emozioni che hanno rallegrato la mia infanzia. Ma se è questa la nostalgia, chi non sente nostalgia per qualcosa? Per qualcuno?
E poi io non cerco un rifugio dall’esilio, dalla ghorba, perché considero la ghorba la condizione più umana che sia. Non sentirsi al posto giusto, non sentirsi parte di una comunità è ciò che c’è di più umano possibile. Io rivendico lo status di esule ovunque perché non voglio più appartenere a nessuno per meglio appartenere a tutti. ”
4-Le sue radici cosa rappresentano per lei? Per il suo vissuto attuale?
“Quando vado nelle scuole per spiegare il modo in cui vivo le mie radici, racconto la storia del mio ciondolo amazigh: la zetta dell’alfabeto Tifinagh. Quando avevo 13 14 anni questi ciondoli, considerati simboli del popolo amazigh erano vietati. Tra ragazzi ce li passavamo di nascosto come fossero cose pericolose. L’alfabeto tifinagh era proibito, dire di essere amazigh e non arabo era proibito… Il mio primo ciondolo l’ho tenuto nascosto sotto la maglietta. Poi sono entrato nel movimento culturale berbero e ho lottato, come molti dei giovani della mia generazione, fin quando la lingua è stata riconosciuta, è entrata a scuola, e il nostro ciondolo lo potevamo portare apertamente.
Allora per anni ho portato il mio simbolo sopra la maglietta e sopra la camicia. Ero fiero di raccontare cos’è, cosa rappresenta. Lo porto perché sono amazigh, e ne sono fiero, dicevo.
Un giorno camminavo a Parigi e ho visto dei ragazzini ebrei che andavano a scuola. Assomigliavano a qualsiasi altro ragazzo della loro età vestiti uguali, non tanto contenti di andare a scuola, scherzavano e si spingevano tra di loro. L’unica differenza era che avevano tutti a Kippah. Io mi sono chiesto: Ma perché si mette così un segno distintivo a un bambino, per dire che lui è diverso dagli altri. Perché si va in giro esibendo la bandiera della propria differenza? Che senso ha? Mentre ero lì a pensarci, la mia mano è andata a toccare il mio ciondolo. E mi sono accorto che anche io avevo una bandiera sempre in vista. E mi sono vergognato. Non di aver quel simbolo, ma di esibirlo in continuazione. Allora da quel giorno l’ho rimesso sotto la maglietta. Non l’ho tolto perché fa parte della mia storia. Ho lottato per aver il diritto di metterlo e di toglierlo. Ma non lo faccio più vedere in giro perché quello non sono io. É solo una piccola parte di me.
Le mie radici, la mia storia sono in me, sono importanti, ma non sono me, Io sono tutto quello che vivo tutti i giorni, sono le persone che incontro, con cui mi scontro, sono quello che vedo, quello che ascolto, quello che mangio… Ho deciso di liberarmi dai simboli, dalle bandiere .”
5-Che genere di straniamento ha vissuto nella sua esperienza? Lo vive ancora?
“Straniamenti ne ho vissuti e ne vivo molti. LA mia famiglia ha sempre vissuto tra mondi diversi. Tra cultura dei libri e cultura tradizionale contadina, tra città e campagna, tra cultura berbera, araba e francese… Per cui sono stato abituato fin da piccolo a mettermi nei panni di altri, a guardare il mondo con occhi diversi.
Andare a studiare in città è stato il mio primo choc culturale. La montagna e dove sono cresciuto e Algeri erano due mondi completamente diversi. Lo sono ancora. Poi con il tempo ho imparate a navigare tra i due mondi, Anche se mi sento sempre più montanaro che cittadino.
L’altro choc ovviamente è stato il mio arrivo in Italia Ci venivo spesso per turismo per studio, perscambi. Ma rimanere a viverci ti fa scoprire le cose con più profondità. Devo dire che molte di quelle cose che mi sembravano strane, come il parlare in continuazione di cibo, oggi mi appartengono. Anche io parlo spesso di cibo ormai. ”
6- In alcuni passaggi della sua opera ha evocato alcuni elementi del suo passato tipo il “bornus” ed altri questo ci lascia pensare che Lei sente la nostalgia di quell’epoca anche se era dura. È vero?
“Ho già spiegato la mia idea sulla nostalgia. Quindi è vero sento nostalgia verso quella epoca. Verso i miei genitori, verso mio nonno. Verso la mia infanzia. Ma l’uso del burnus nella narrazione aveva come obiettivo di sottolineare il ruolo delle madri. Di mia madre. Nel rapportarci alle nostre appartenenze, pensiamo spesso al nostro padre come guardia di questo universo. MA dalla mia storia, dalla storia del mio rapporto con il mio burnus, mi sono accorto che anche se si tiene in secondo piano nelle discussioni politiche, mia madre, le nostri madri, sono le vere guardiane delle culture, delle tradizioni, dei valori…”
Sitografia
Da Orybal: https://orybal.wordpress.com/2008/11/11/lesilio-che-ci-accomuna/
http://www.arabismo.it/?area=cultura&menu=seminari&pag=tagliatoesilio
http://www.arabafenicenet.it/index.php?option=com_content&task=view&id=591&Itemid=226

