Una riflessione molto personale sui balli degli iraniani e sulle lacrime degli antimperialisti

Mentre la congrega criminale Stati Uniti-Israele prosegue il suo spietato attacco sulla regione dell’Asia sudoccidentale, questo palcoscenico globale in cui si è trasformato il mondo ci offre due immagini contrastanti: da un lato, iraniani che gioiscono per l’attacco contro il loro paese; dall’altro, persone impegnate nella difesa della libertà e della laicità che si stracciano le vesti per la morte dell’Ayatollah Supremo dell’Iran.

Sono due modi di vedere le cose che cerco di decifrare da anni. In apparenza sembrano opposti, ma, dalle conclusioni a cui sono giunto nelle mie umili riflessioni, condividono molte più somiglianze che divergenze.

Il nemico del mio nemico non è mio amico

Prima di tutto, vorrei sgombrare il campo da ogni equivoco: non credo minimamente nella motivazione umanitaria di qualsivoglia intervento politico, spionistico o militare messo in atto dalle potenze occidentali o orientali dalla Seconda guerra mondiale a oggi. Quello in corso in Iran rappresenta per me l’ennesimo atto di pirateria compiuto da Stati Uniti e Israele, sulla scia della distruzione del Vietnam, dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Somalia, della Siria, della Libia e del genocidio in corso del popolo palestinese.

Dall’altro lato, non credo nemmeno che Putin, Gheddafi, Saddam Hussein o Khamenei siano stati leader virtuosi, che hanno fatto tanto bene ai loro popoli e che per questo sono odiati da un Occidente diabolico, causa di tutti i mali dell’umanità.

Non aderisco all’equazione matematica per cui il nemico del mio nemico è automaticamente mio amico. Posso avere due amici che si odiano tra loro, così come posso avere due nemici che, pur essendo in conflitto, nutrono entrambi ostilità verso di me o comunque non vogliono il mio bene.

Detto questo, torno al tema che volevo affrontare: perché alcuni amici originari di paesi del Sud del mondo – persone che non sono guerrafondai, né hanno simpatie fascistoidi, né sono nemiche del loro popolo – si mettono a ballare per le strade quando l’imperialismo israelo-statunitense o la NATO attacca la loro terra, rapisce o assassina i loro leader?

E ancora: perché amici che conosciamo come grandi difensori delle libertà democratiche nei paesi occidentali mostrano poi un’inspiegabile ammirazione per certi dittatori dei nostri paesi del Sud, arrivando a stracciarsi le vesti quando questi vengono assassinati, come se si fosse perso un grande rivoluzionario?

La rivoluzione sarà altrove, non qui

Alcuni anni fa giravo l’Italia per raccontare una rivolta popolare che era in corso in Algeria all’epoca, chiamata “primavera nera del 2001”. I ragazzi della Cabilia erano per le strade, tutti i giorni, a petto nudo, pronti ad affrontare la violenza dei gendarmi che sparavano senza risparmio sui manifestanti, uccidendo più di cento ragazzi e ferendone decine di migliaia.

I media italiani e internazionali scelsero il silenzio. Non raccontarono quell’insurrezione. L’Algeria stava privatizzando lo sfruttamento delle sue enormi riserve di idrocarburi e tutti volevano una fetta della torta. Di conseguenza, nessuno osava offendere il governo del presidente Bouteflika, che distribuiva concessioni e contratti succulenti a pioggia: non si morde la mano che ti nutre. Ancora meno quella che ti apre i rubinetti del petrolio.

Gli unici che, fin da subito, si erano entusiasmati per quella rivolta popolare – orizzontale, senza leadership, partita dal basso, dai ragazzi senza lavoro e senza futuro – erano gli anarchici. Tutta la galassia dei gruppi anarchici, dei centri sociali e delle occupazioni a loro vicine si mobilitò, organizzando incontri, dibattiti, conferenze e proiezioni in tutta Italia. Con alcuni amici, di una associazione amazigh che avevamo creato all’epoca a Torino, abbiamo percorso il paese in lungo e in largo per raccontare quello che succedeva nella nostra terra.

Ben presto mi accorsi che erano contenti di ascoltarci raccontare quella rivolta solo a patto che confermassimo l’idea che si erano fatti: che si trattasse cioè di una sorta di rivoluzione anarchica. Che quella rivolta orizzontale, senza leader, che aveva cacciato via i politici e i partiti tradizionali, che voleva distruggere le caserme dei gendarmi, fosse una manifestazione di anarchismo spontaneo. E che il suo obiettivo ultimo fosse quello di smantellare lo Stato per realizzare l’ideale anarchico di una società senza Stato.

E’ vero che il sistema tradizionale cabilo è una sorta di società anarchica, in cui ogni comunità funzionava come un piccolo Stato dotato di democrazia diretta e partecipata – almeno per i maschi adulti. È indubbio anche che, in un momento di smarrimento e di perdita di credibilità del sistema politico tradizionale, i cabili abbiano fatto appello a un sistema di organizzazione ancestrale basato sulla democrazia diretta e sulla partecipazione popolare.

Tuttavia, gli stessi attivisti della rivolta dichiaravano che quella fase era solo transitoria, necessaria per correggere il sistema e le istituzioni della Repubblica in Algeria, non per abolirla. Io continuavo a raccontare quella storia –sbagliando su molte cose, come ho capito con il senno di poi. Ma raccontarla come mi sembrava realmente fosse e non come altri volevano vederla, mi portò a subire alcuni attacchi da parte degli organizzatori degli incontri. E Dopo l’uscita nel 2002 del film “Il ritorno degli Aarch”1, fui definitivamente escluso da quel ciclo di conferenze e incontri, che proseguì con altri attivisti, più allineati sulla visione dei compagni italiani.

Questo accadeva nella sfera anarchica. All’altra estremità del ventaglio della galassia della sinistra, nel campo antimperialista di stampo staliniano, mentre Bouteflika riconsegnava le riserve energetiche alle multinazionali, si continuava a sognare quell’Algeria intesa come “Mecca dei Rivoluzionari” di tutto il mondo, quella degli anni Sessanta e Settanta. E chiunque, come noi, osasse dire che le cose in Algeria andavano male diventava automaticamente un agente del capitalismo mondiale.

Ostaggi del benessere

Quell’esperienza mi portò a riflettere sul rapporto che la classe media colta – di sinistra, ma non solo – intrattiene con la narrazione del mondo e con il desiderio di libertà e diritti.

Franz Fanon, ne I dannati della terra2, sosteneva che solo abbandonando le città per rifugiarsi nelle campagne, ed entrando in contatto con “le masse contadine, e in particolare i contadini senza terra”, l’attivismo dei giovani intellettuali indipendentisti può trasformarsi in una guerra rivoluzionaria.

Fanon osserva che nelle città l’attivismo politico e sindacale dei colonizzati urbani non riesce a essere abbastanza radicale da trasformarsi in una vera guerra di liberazione. Questo dipende, secondo lui, dal fatto che la popolazione indigena urbana – operai, insegnanti, funzionari pubblici – ha acquisito alcuni privilegi. Pochi, forse, ma sufficienti ad assaggiare il sapore del benessere. E una volta assaporato, l’obiettivo diventa aumentarli, non metterli in discussione.

La stessa cosa si potrebbe dire, a mio parere, delle classi medie colte nel mondo di oggi.

Dagli anni Sessanta in poi, dopo la vittoria delle ultime lotte per le indipendenze, non si è più ripetuta quell’unione – magica ed effimera – tra élite intellettuali e masse lavoratrici per contrastare con la rivoluzione il potere politico e militare dei ricchi. L’unico moto rivoluzionario vincente è stata la rivoluzione iraniana, che però venne presto recuperata dal clero sciita e dagli ultraconservatori.

Per quanto riguarda il mondo occidentale, l’assenza dell’energia necessaria per rovesciare i poteri economici e politici capitalistici in posto è legata anche a ciò che viene celebrato come grande conquista dei movimenti operai: lo Stato del welfare.

Bob Marley, credo, diceva che dai paesi ricchi si guarda al Sud del mondo come a una prigione, perché lì non si hanno tutti i privilegi di uno Stato moderno. Ma forse, suggeriva il poeta giamaicano, la vera prigione per i cittadini dei paesi ricchi sono proprio quei privilegi.

L’aiutante magico

Le classi medie colte dei paesi ricchi sanno che questo mondo in cui viviamo è ingiusto. Sanno che la ricchezza dei ricchi è costruita sulla povertà dei più poveri. Sanno dell’ingiustizia del colonialismo e poi del neocolonialismo. Sanno che il sovrasfruttamento del pianeta porta alla rovina di tutti. Sanno delle guerre neocoloniali, delle speculazioni delle banche che strozzano intere popolazioni. Sanno tutto.

Ma non si oppongono, perché hanno troppo da perdere. Lo stesso sistema che distrugge altri popoli e devasta il pianeta è quello che garantisce loro la casa, il riscaldamento, l’auto, le ferie, il buon cibo, le cure gratuite, la pensione, una buona scuola per i figli.

Allora la rivoluzione non si fa – abbiamo troppo da perdere – ma la si continua a sognare. Non saremo noi a farla, perché noi stiamo bene. Saranno i paesi poveri a farla per tutti. E così si proiettano i desideri di rivoluzione su qualche leader: Che Guevara, Mao, Ho Chi Minh, Castro, Chávez, Gheddafi. Si arriva persino a trasformare in rivoluzionario anche Putin – che nel frattempo finanzia e sostiene partiti fascisti in giro per il mondo e persino l’ayatollah Khamenei.

Nelle fiabe tradizionali esiste una forma di aiuto che arriva quando ogni via di salvezza sembra preclusa. Vladimir Propp, l’antropologo russo, massimo specialista della struttura del linguaggio fiabesco, lo chiamò “l’aiutante magico”3. È quella formica, quell’uccellino, quell’essere apparentemente piccolo e senza forza che il protagonista ha aiutato in qualche modo, o verso il quale ha dimostrato tenerezza o generosità, e che all’improvviso si trasforma in una forza salvifica.

Così funziona anche per certi leader terzomondisti: quelli che con fatica hanno liberato qualche piccola nazione un tempo colonia, per magia si trasformano -nell’immaginario di molti- in guide supreme pronte a condurre i popoli del mondo verso la libertà. Che poi trattino i loro stessi popoli come merda, en passant, è solo un piccolo dettaglio.

“I paesi latinoamericani hanno bisogno sempre di una figura forte al potere”, mi disse una compagna peruviana, un giorno. È una frase che ho sentito spesso ripetere anche da europei bianchi, non particolarmente razzisti.

“Ma ti rendi conto”, le dissi, “che stai ripetendo pari pari uno dei peggiori luoghi comuni infantilizzanti del pensiero colonialista? Il bianco evoluto sarebbe adatto alla democrazia, mentre il povero indigeno avrebbe sempre bisogno di essere comandato con il bastone”.

Non essendo stupida, ma solo priva di esperienza, la ragazza si rese conto subito dell’aberrazione delle sue affermazioni. Molti amici europei, invece, continuano a pensarla così.

Lontani dal popolo

Nei paesi del Sud del mondo il fenomeno che si è verificato è molto simile a quello dei paesi ricchi, ma ha riguardato in buona parte soltanto la classe media istruita. Dopo le indipendenze, le famiglie della classe media hanno preso possesso delle città, delle amministrazioni, del potere – se non politico, almeno amministrativo. La loro situazione è migliorata enormemente, mentre la maggior parte del popolo è rimasta molto povera. Questo divario ha progressivamente creato, e poi allargato, una frattura tra le classi.

Questo fossato separa la classe istruita dalla popolazione povera e con un basso livello culturale. Le persone colte che sono rimaste progressiste continuano a sognare progresso per tutti, libertà e benessere condiviso. Ma non avendo modo di dialogare con il popolo, e quindi di costruire un progetto rivoluzionario dal basso – barricati come sono nei loro quartieri residenziali, nei bar esclusivi e negli uffici con l’aria condizionata – proiettano il loro desiderio sul regime in carica.

Sarà il leader a portare il paese verso il progresso.

E se il leader si rivela un vigliacco venduto alle multinazionali o un tiranno megalomane, violento e corrotto – come è successo la maggior parte delle volte – allora riversano tutte le loro speranze sull’intervento esterno: ci libererà la NATO, o ci libererà Putin, o lo Spirito Santo.

Il vero lavoro rivoluzionario di costruzione dei movimenti dal basso – stare con i poveri, dare loro istruzione, orientamento politico e culturale – lo hanno fatto, negli ultimi decenni, i fascisti di ogni estrazione: integralisti musulmani, cristiani, induisti ed ebrei, ultranazionalisti di ogni dove. Ed è per questo che stanno fiorendo regimi conservatori, xenofobi, razzisti, violenti e intolleranti ovunque.

Ciò che è male per te può essere buono per me?

È pieno di contraddizioni il rapporto tra la classe media di sinistra dei paesi del Sud e le potenze imperialiste della NATO. Tutti sanno bene che l’intervento della NATO nei paesi aggrediti negli ultimi sessant’anni è sempre andato a favore delle multinazionali e del dominio delle ex potenze coloniali sulle risorse del Sud del mondo e mai a favore della popolazione. Ma quando si tratta del proprio paese, ecco che ci si convince che possa portare a un netto miglioramento grazie all’eliminazione del tiranno di turno.

Ero in Iraq nel 2004-2005, quando gli esuli iracheni rientrarono dall’estero con il cuore pieno di speranza, per vedere poi il loro paese sprofondare progressivamente nel caos. Un caos, molto spesso, ben programmato dalle potenze “liberatrici” – o dai loro alleati locali.

In quel periodo ho conosciuto amici siriani scandalizzati dall’invasione anglo-americana dell’Iraq. Alcuni andarono persino a combattere come volontari nelle fila della resistenza irachena per qualche tempo.

Quando toccò alla Libia, vidi alcuni amici libici – gli stessi che ieri erano contro l’invasione dell’Iraq e oggi contro l’aggressione all’Iran – fare il tifo per i bombardamenti franco-britannici e per l’abominevole linciaggio di Gheddafi.

Quando toccò alla Siria, iracheni e libici erano contro l’aggressione camuffata da guerra civile, orchestrata da una schiera di potenze locali (Israele, Turchia, paesi del Golfo) e internazionali (USA, Gran Bretagna, Francia). Eppure i miei amici antiimperialisti siriani erano molto contenti. Fuggiti all’estero, per la maggior parte, perché non in grado di sopravvivere al drago integralista creato dai Ben Saud e ben nutrito da Erdogan, ma comunque felici per l’imminente caduta del tiranno.

E ho visto, per le strade di Torino, ballare militanti – uomini e donne di sinistra, laici – per l’improvvisa ascesa al potere del macellaio oscurantista Al-Charaa. In questi giorni sono amici iraniani quelli che ballano.

Ecco la tragica situazione in cui ci ha gettato il naufragio universale della sinistra. Non il naufragio del pensiero – perché il pensiero ancora c’è, forte e giusto – ma quello delle persone che vi aderiscono idealmente senza voler accettare che per fare una rivoluzione, violenta o non violenta che sia, bisogna pur sacrificare qualcosa: soldi, benessere, sicurezza, tempo, energia. Qualche volta bisogna sacrificare tutto: la vita.

Finché non accettiamo questo fatto. Dico noi, perché in questo naufragio ci metto anche me stesso. Finché non lo accettiamo, saremo solo dei poveri sognatori.

Nessuno uccellino magico

Ma lo statuto di sognatore, seduto al calduccio a immaginare grandi rivoluzioni, è anche il mio. Non ne sono molto fiero, ma è mio. Il mio quindi non è un giudizio. Non giudico chi non fa niente. Non butto la pietra come raccomandava quell’altro compagno rivoluzionario di Nazareth.

Non giudico, non prendo in giro chi sogna. Soprattutto, non mi permetto di prendere in giro da osservatore esterno chi vive gli eventi sulla propria pelle, o sulla pelle dei propri cari3, Ma almeno mi sforzo di non cercare nessun aiutante magico. Non ce n’è. Nessun uccellino, nessuna formica magica ci salverà. Se non ci salviamo da soli.

Quindi non aspetto che l’Algeria sia liberata da Trump o da Macron, nel rispetto dei vecchi accordi di Yalta, se ne è rimasto qualcosa. No, non lo voglio. Ma non aspetto nemmeno di essere liberato dall’asse del male capitalista da Putin, Khamenei o Kim Jong-un. No, grazie. Forse Xi Jinping? No.

Non c’è nessun salvatore.

Nessun Messia.

Solo noi. E la nostra enorme, pesante, mastodontica responsabilità.

Torino il 04/03/2026. Ore 00.14


1. Il ritorno degli Aarch. I villaggi della Cabila scuotono l’Algeria. Documantario in Video 60′. di Karim Metref e Michelangelo Severgnini. Ed. Metissart – Carta-Cantieri Sociali. 2002

2. Frantz FANON. LES DAMNÉS DE LA TERRE. Paris: François Maspero, 1961,

4. A questo proposito leggere qui la risposta che mi scrisse l’amico Farid Adli sul perché sosteneva l’intervento anglo francese: “…Tu puoi anche stare a guardare e aspettare per sapere dove e come finirà; io no. Io ho la mano sulle bracci ardenti. E devo prendere posizione, scegliere un campo. Oggi, in Libia il nemico, che si deve neutralizzare cacciandolo dal potere, è Gheddafi, la sua famgilia e le sue brigate di assassini.” 
https://karimmetref.blog/2011/03/25/la-risposta-di-farid-no-caro-karim-le-cose-non-stanno-cosi/