Oggi è il 7 ottobre 2025.

Sono passati due anni da quel tristemente celebre 7 ottobre del 2023.
Dopo due anni di massacri a senso unico, ci sono ancora persone che pongono la condanna di ciò che accadde in quel giorno come condizione imprescindibile per qualsiasi discussione sulla situazione in Palestina.

Sentendo le polemiche sterili — tra chi vuole festeggiarlo come fosse stata una grande vittoria e chi invece lo condanna come il più grande crimine contro esseri umani mai commesso su questa terra — torno, come spesso mi accade, alle parole di mio padre.

Morire o scalciare?

Mio padre fu un giovane militante del Fronte di Liberazione Nazionale durante la guerra d’Algeria.
Un giorno, da bambino, mentre guardavamo in TV l’ennesima replica del capolavoro La battaglia di Algeri, gli chiesi: “Papà, non ti sembra brutto mettere bombe in caffè e locali dove ci sono solo civili?”

La risposta di mio padre, ancora oggi, mi dà da pensare. Tantissimo.
Mi disse: “Cosa pensi del fatto di dare dei calci negli stinchi della gente? È giusto o sbagliato?”

Risposi: “È sbagliato!”

E lui: “Esatto. Hai ragione. Dare calci negli stinchi è una pratica sbagliata.
Ma se uno più forte di te, molto più forte, ti prende alla gola e ti strozza, con la chiara intenzione di ammazzarti… quali altre alternative avresti, oltre al dare calci negli stinchi del tuo avversario per liberarti?
In quel momento, l’esercito francese stava bombardando i nostri villaggi in montagna. La nostra popolazione moriva a decine di migliaia, ma nessuno lo veniva a sapere.
Il Fronte di Liberazione, dopo un attentato degli estremisti francesi in una palazzina di algerini nella città vecchia di Algeri, rispose con la legge del taglione, mettendo una bomba nel quartiere di Bab El Oued, roccaforte dell’estrema destra colonialista francese.
Era sbagliato? Forse. Ma la guerra si regge sulla legge del taglione: occhio per occhio.
Dopo quell’attentato, tutta la stampa internazionale cominciò a parlare del conflitto in Algeria, perché a morire erano bianchi europei.
Africani, asiatici, latinoamericani che muoiono come mosche non fanno notizia. Non creano dibattito.
È da lì che la direzione del Fronte di Liberazione capì che bisognava portare la guerra nella città coloniale: l’unico modo per rilanciare il dibattito politico e mettere pressione sulla Francia affinché ponesse fine ai massacri nelle zone rurali.”

Tornando a oggi

Ricordando queste parole, mi rendo conto ancora una volta di quanto il 7 ottobre sia una giornata triste.
Per me, il 7 ottobre è il ricordo del giorno in cui i palestinesi di Gaza — abbandonati da tutti, tra le mani di un nemico sadico — non hanno avuto altra scelta che di tirare calci negli stinchi del loro carnefice.
Pur sapendo di non poterlo sconfiggere, pur sapendo quei calci li avrebbero pagati molto, ma molto caro.
Ma l’unica altra alternativa che avevano era accettare di morire soffocati, nell’indifferenza di tutti.