Oggi è il 1° novembre, per il mondo cattolico è la festa di tutti i santi. Per il popolo algerino è la giornata di tutti i rivoluzionari. Il 1° novembre 1954, 70 anni fa, un pugno di giovani, hanno deciso di prendere il destino della nazione in mano e hanno dato l’avvio alla guerra di liberazione nazionale. 7 anni di massacri e sofferenze, nei quali il popolo algerino ha pagato il prezzo forte: centinaia di migliaia di morti. Il risultato: fine di 130 anni di colonialismo di popolazione e partenza di circa 1 milione di coloni europei. Un passato che ha tanto da insegnare al presente.

I 6 fondatori del Fronte di Liberazione Nazionale

Cos’è stato il primo novembre 1954? Potete leggerlo qui. Una guerra che ha portato al massacro di centinaia di migliaia di persone. L’esercito francese ha commesso crimini di guerra senza fine: torture, massacri, deportazioni, centri di concentramento… Ma tutto ciò non è servito ad abbattere la volontà di un’intera generazione, decisa a spezzare il giogo coloniale

Centotrenta anni di colonialismo hanno portato il loro carico di violenza diretta e strutturale, fame, ignoranza e umiliazioni. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la misura era colma ovunque. I soldati francesi non avevano ancora lasciato il suolo dell’Indocina, dove avevano subito una sconfitta clamorosa di fronte alla risolutezza del Fronte di Liberazione Nazionale Vietnamita, che già in Algeria si formava un nuovo FLN. “Se ce l’hanno fatta i vietnamiti, ce la possiamo fare anche noi”, sognavano i giovani algerini.

Sono passati settant’anni da quel sogno. Quei giovani, che erano sei, poi ventidue, poi decine di migliaia, hanno fatto il loro dovere. La potenza coloniale, dopo aver massacrato, si è resa conto che doveva negoziare. La fine dell’occupazione militare non prevedeva, negli accordi di pace, la partenza dei coloni europei. Ma la violenza della repressione è stata talmente grande – in particolare quella degli estremisti dell’Organizzazione Armata Segreta (OAS), un gruppo di estrema destra che ha rifiutato e cercato di sabotare gli accordi di pace, continuando a uccidere anche dopo il cessate il fuoco – che i coloni se ne sono andati di propria iniziativa, per paura di rappresaglie e vendette. Vendette che poi non ci sono state, almeno non nei confronti dei pochi europei che hanno scelto di rimanere.

Una lezione di Storia mal capita

Oggi ricorre il 70° anniversario di quel giorno del 1954, quando gruppi di giovani ribelli, mal armati, mal equipaggiati, ma fermamente decisi, attaccarono simultaneamente caserme, commissariati, gendarmerie, tranciarono linee elettriche e fecero saltare ponti in diverse regioni del vasto paese nordafricano. Quel giorno, come in molte lotte anticoloniali, si registrarono anche vittime civili europee: poche, ma ci furono.

Frantz Fanon, nel suo libro I dannati della Terra, afferma che è la violenza diretta e strutturale del colonialismo a intrappolare il colonizzato nella spirale della violenza. In Algeria, la violenza rivoluzionaria arrivò solo dopo decenni di tentativi di lotta politica.

Il primo novembre 1954, dunque, non è una data da celebrare, ma da commemorare. È la commemorazione di una grande sconfitta: quella del dialogo, della concertazione, della negoziazione.

Il primo novembre segna anche la sconfitta del colonialismo francese che, come affermò il generale vietnamita Võ Nguyên GIAP, non comprese la lezione di Storia impartitagli in Indocina. Continuò a considerare la violenza come unico strumento per affrontare la questione coloniale. E in Algeria, come in Vietnam, ne pagò il prezzo.

Una lezione di Storia che i colonizzatori di oggi, in Palestina in modo particolare, farebbero bene a studiare.

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